commemorazione caduti nella galleria delle grazie

 

DOMENICA 23 OTTOBRE 2011
 COMMEMORAZIONE  DEI CADUTI

NELLA GALLERIA DELLE GRAZIE

69° Anniversario

1942 23 Ottobre 2011

Ore 10,45   S.Messa  nella chiesa di San Donato

e deposizione di una corona di alloro

alla lapide commemorativa  in Porta Soprana

 

L’incursione del 23 ottobre 1942 causò indirettamente il più alto numero di vittime che mai
Genova ebbe a registrare per tutta la durata della guerra: 354 morti, secondo l’unica e dubbia fonte ufficiale.
Quella notte il segnale d’allarme aereo venne dato quando già i bengala illuminavano il cielo. La popolazione, in preda al terrore, memore di quanto era accaduto poche ore innanzi, si riversò nei rifugi, e all’imbocco della galleria delle Grazie, in pieno centro, nei pressi di Porta Soprana, accadde la tragedia.
..Eppure già da tempo l’Ingegnere capo del Comune aveva energicamente sconsigliato l’uso della stretta e ripida scala adiacente alla Banca d’Italia. S’era giunti al compromesso di “guarnirla” di agenti lungo il percorso, per regolare attentamente l’afflusso. Poi, chissà perché, gli agenti erano stati inspiegabilmente ritirati.
Così ricorda l’episodio Gerolamo Quaglia, un noto olimpionico genovese che a quel tempo lavorava nel ramo industriale del porto:
“Quella sera mi trovavo al cinema Carlo Felice, che oggi si chiama Smeraldo. Suonò l’allarme e, uscito dal locale con tutti gli altri spettatori, mi diressi in fretta verso la galleria delle Grazie. Cominciai a discendere la scalinata. La prima rampa era a cielo aperto e arrivava moltissima gente terrorizzata: i bengala illuminavano la scena, gli spezzoni cadevano crepitando.
Mi trovavo esattamente sul quinto gradino della scalinata e qualcuno davanti a me ruzzolò: forse si era inciampato in un materasso, in qualcosa che trasportava. Gli altri, che seguivano terrorizzati, cominciarono a ruzzolare finché sul primo pianerottolo si formò una barriera umana che ostruiva quasi completamente la galleria. La pressione era terribile, le urla assordanti, il panico totale. Ricordo un maresciallo dei carabinieri, un pezzo d’uomo, che si adoperava per calmare la gente: fu letteralmente schiacciato contro il muro.
A un certo punto la fiumana si fermò e io restai in piedi. Cercai di girare la testa. Gridavo di non spingere più e infatti l’impeto sembrava attenuato. Respiravo a fatica e non riuscivo a capire perché tutti coloro che stavano intorno a me non cercassero di liberarsi come facevo io, sia pure con grandissimo sforzo. Fu soltanto quando mi accorsi, scorgendo un filo di sangue all’angolo della bocca di un uomo che stava accanto a me, che erano tutti morti. Morti in piedi. e io ero in piedi in mezzo a loro, sotto gli spari, i bengala,il fumo.
Ci fu a un tratto una strana calma, interrotta soltanto da qualche gemito. Non riuscivo a rendermi conto di cosa stesse accadendo, capivo soltanto vagamente che tutta quella gente era morta e che l’unico vivo ero io, in quella massa compatta come di pietra.
Hanno detto che mi ero salvato per la mia forza, perché ero un atleta,ma non è vero. Mi sono salvato perché sul braccio sinistro avevo un soprabito ripiegato,che mi faceva da cuscino salvandomi il torace dallo schiacciamento; dal lato destro ero premuto da un uomo, morto anche lui, che stava sul gradino superiore, così il polo della pressione veniva esercitato sulla spalla, non sull’addome.
Mi trovavo in una specie di piccola nicchia miracolosa, tra cadavere e cadavere. Ricordo cose incredibili, ma vere. Un bambino, un bambino biondo e ricciuto che dormiva tranquillamente tra le spalle di suo padre e siccome stava più in alto, la pressione non lo aveva toccato. Sentivo da qualche parte il pianto di un altro bambino e compresi che veniva da sotto il corpo di un uomo, verso l’estremo della scalinata: era probabilmente suo padre che si era rannicchiato per proteggerlo e c’era riuscito. Tirarono fuori quel bambino dal cadavere che gli faceva da nicchia salvatrice.”.
Quaglia rimase ancora a lungo in quella situazione spaventosa: davanti a sé, verso il basso, si intravvedeva la parte terminale della scala maledetta completamente libera, guardando tra corpo e corpo. Ricorda che la prima persona che arrivò in soccorso fu un marinaio: veniva proprio dal basso e, per passare, dovette arrampicarsi sulla catasta dei cadaveri. Poi arrivarono altri, ma Quaglia, per tornare libero, dovette attendere che tutti quei corpi senza vita fossero rimossi a uno a uno, come bottiglie.
“Non avevo che fortissime contusioni alle gambe. All’ospedale andammo in pochissimi, credo non più di una dozzina. Gli altri erano tutti morti, li allinearono sul marciapiede della Banca d’Italia, proprio sotto le torri di Porta Soprana”.
La tragedia della galleria delle Grazie – scrisse Manlio Fantini rievocando l’episodio per un giornale cittadino – è ancora vivissima nel ricordo di coloro che abitano i quartieri più antichi del centro, ma nel resto della città è pressoché dimenticata:” la si incontra talvolta come una sorta di cupa leggenda tramandata a voce,
Fantini concludeva il suo pezzo “considerando con amarezza, come questi morti non abbiano mai trovato un poeta che ricordasse alle generazioni venture che essi erano esistiti e che una sera, per niente, per una guerra insensata, si erano uccisi uno contro l’altro dopo aver tanto faticato per vivere uno accanto all’altro…”

 

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